Giordania. Arrivo. Partenza.

Aggiornamento: 13 mag 2021

Non è facile raccontare questa Giordania.


L’arrivo è su una pista di atterraggio circondata da roccia e deserto, uno schizzo di cemento nella sabbia, una sorta di strisciata di pennarello nero dentro un foglio senza bordi. L’aeroporto di Amman, a un primo sguardo, risulta malmesso e fatiscente, quando in realtà è semplicemente “arabo”, con tutte le accezioni del caso.





Dopo un’ora abbondante sudata al controllo passaporti, recuperiamo una macchina a noleggio, una Chevrolet Trailblazer 4x4 altrettanto “araba”, tanto ammaccata da essere ormai smussata e con infinite spie di segnalazione che si accendono a intervalli irregolari. Le guarnizioni delle portiere non stanno più incollate da chissà quando, ma un buon uomo dai baffi ingialliti da fumo e caffè turco, le sistema velocemente con un paio di manate.


«Tutto a posto?». La sua benedizione non ci ha convinti del tutto. - «Inshallah».

Il territorio da subito ci si presenta irregolare, la strada è un continuo sali e scendi tra colline di roccia rossa, quasi fosse un ruscello che ha permesso l’insediamento di serre e baraccopoli improvvisate sulle sue anse. A bordo carreggiata son disseminati venditori di olive e cammelli, ogni tanto qualche recinto di bestiame contrasta i cantieri di ville e villette sui duri crinali delle colline.


Non c’è una casa che risulti finita, ognuna sembra volutamente incompiuta con piloni di cemento armato sul tetto mai chiusi, quasi fossero in attesa di ricevere un secondo piano da un momento all’altro. Lo interpreto come un gesto di speranza.


Mentre muoviamo verso sud la strada continua ad aggrovigliarsi tra canyon e gole di roccia. Per percorrere 300 chilometri impieghiamo 6 ore, ma l’arrivo a Petra giustifica tutto, fosse anche da rifare in bicicletta.

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