La Toscana a forma di V




San Quirico è uno di quei borghi in pietra scura dove le campane suonano ancora ogni mezzora. Tutto il giorno. Tutti i giorni.

Villa Ricci, dove siamo alloggiati, si trova due terrazzamenti al di sotto del campanile, non più di trenta metri di distanza in linea d’aria. A ogni rintocco penso ai nostri amici Roger e Sandra che vivono di fronte alla chiesa del nostro paesello nell’entroterra desenzanese e che ora finalmente posso comprendere a pieno. Loro però, oltre al campanile, non hanno come vicini confinanti due cani da caccia che accompagnano lo scandire del tempo con degli acuti e continui ululati.

Anche questi tutto il giorno, tutti i giorni.

Olga, già forte di una scarsa stima nei confronti del mondo canino, è al limite della tolleranza, tuttavia cerca di farsi forza compensando con il panorama che si srotola dal balconcino della nostra camera: a destra, in lontananza, Pescia forma una V luminosa tra i versanti dei monti, a sinistra boschi e verde ben oltre l’immaginazione.

Mentre scrivo siamo già arrivati in Liguria, e la nuova V che si apre dalla finestra di Zoagli ora inquadra una tavola blu anch’essa inimmaginabile, eppur opposta.

Se le montagne mi trasmettono la sensazione di assenza d’ogni limite, di protezione, d’eterno trionfo della terra, di costante possibilità, il mare aperto, con la sua vastità, mi sembra un limite, un confine, un vuoto.

Dall’alto della collina ligure, nascosto tra gli ulivi, lo guardo come se fosse un burrone, indietreggio come di fronte a uno strato di cielo a specchio da non toccare.

Quando lo osservo a lungo, l’acqua si trasforma in nuvole che non mi permettono di vedere ciò che coprono (o custodiscono?) gelosamente, e io, monastero e rifugio dell’umano, rimango arroccato e immobile sull’ultimo appiglio di ciò che mi è famigliare.

Sono un codardo o forse il mondo dovrebbe iniziare per V?

Sull’Appennino pistoiese ci siamo concessi un paio di escursioni, abbiamo goduto di calda e genuina ospitalità presso il rifugio Uso di Sotto, recuperato e ben gestito da coraggiosi romagnoli. Camminando siamo entrati nel silenzio dei borghi di Stiappa, Castelvecchio e Pontito, roccaforti che si guardano l’un l’altra a protezione della valle. Insediamenti umani dove l’umano è ospite, ma in equilibrio.

In ventiquattrore siamo andati e tornati da Desenzano per una firma notarile, una vera e propria violenza mentale che ha interrotto la gravidanza del nostro percorso. Per fortuna senza comprometterla, ma recuperandola a pieno con l’arrivo a Lucca, dove nel parcheggio fuori dalle mura siamo stati assaliti da Ombretta di Viareggio, lei stessa un carnevale ambulante che ci ha fatto giurare solennemente di passare dall’alimentari Simona a Gualdo di Narni per mangiare le salcicce.

“Dite a Simona che vi mando io”. Lo faremo. Grazie Ombretta per averci riportato al nostro viaggio.

In linea con quello che deve essersi evoluto in una sorta di feticismo, a Lucca scaliamo il campanile, ignari del fatto che a scendere saremmo stati pervasi da terrore e vertigini. È una giornata di sole, ed è da parecchio tempo che non facciamo una passeggiata in città.

Negli ultimi mesi, prima della partenza in PandAmia, siamo stati immersi in quella che H.D. Thoreau descrive magistralmente nel suo Walden come “vita nei boschi”. Scottati da vari comportamenti umanoidi, abbiamo cercato il consueto (o sempreverde) rifugio bucolico, e l’abbiamo trovato, facilitati dalla complicità del lockdown. Un periodo di detox dagli esseri umani necessario alla ricrescita del mio convinto umanesimo, al tempo sotto scacco. Diciamo, in altri termini, una potatura essenziale al rinvigorimento dell’albero. Oggi, in viaggio, con la primavera, cominciano a rispuntare i primi fiori, come Ombretta, Irene, Mirco e chissà quanti altri.

Visitare (o semplicemente attraversare) una città mi ricorda la mia passione: fissare la gente. Non intendo guardare, ma proprio incastrarsi a bocca aperta come un maniaco di fronte a qualsiasi scena di vita comune. Origliare conversazioni, immaginarmi le vite dietro le immagini di quelle vite, mi fa sentire in un museo, dentro la Grande Galleria dell’Umano. Penso faccia anche sentire Olga in estremo imbarazzo, ma è un vizio che non posso controllare.

Camminare in città (di questo me ne renderò conto a Pistoia con la pancia piena di una straordinaria trippa fiorentina), mi ricorda anche il mio dolore al ginocchio, decisamente provato dalle giornate di giardinaggio estremo a Villa Ricci. Non capisco perché ma il dolore si manifesta principalmente quando mi muovo in un centro abitato, quasi il ginocchio fosse un campanello d’allarme che m’avvisa ogni qualvolta m’allontano da un bosco. Una sorta di braccialetto da carcerato infilatomi da Madre Natura. Ad ogni modo non gli do retta, e preferisco di gran lunga dare retta a Marta, Pandamica desenzanese acquisita ma lucchese DOC, che ci manda via Messenger una guida enogastronomica “Lucca for locals”.

Tra i molti (eccellenti) consigli, peschiamo il Ciancino e ci concediamo una Signora Tagliata in una trattoria a bordo strada di quelle che piacciono a noi: piatti pieni, qualità vera e accoglienza genuina.

Domani passerà a salutarci l’amico Savva che affronterà la Toscana in solitaria a bordo della sua Vespa PX 150. Ho voglia di abbracciarlo perché è una di quelle poche persone valide che vedo sempre troppo poco. Strizzandolo bene mi sembrerà di poterlo tenere con me un po’ più a lungo.

Con il tramonto, saliamo in Panda e ci arrampichiamo con calma versa casa. Sì, è la parola giusta, perché qui, in qualche modo, è così che ci sentiamo.


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