Insediamento a Trassilico



“Trassilico è un centro che, stesi sul campo di battaglia metropolitana, ha lasciato raggio, diametro e circonferenza.

Tutto funziona e nulla necessita. C’è margine, spazio, benevolenza e ospitalità.

Soprattutto la benevolenza, il ben volere, è moto innato e secolare custodito tra le mura. Qui non c’è richiesta, perché la domanda è già risposta nel quotidiano presente di oggi e domani. Ieri è una colonna vertebrale, un midollo.

Semmai qui c’è bisogno, ma non di quelli che stanno o pretendono. Qui servono quelli che QUI sentono di arrivare”.

Siamo a Trassilico da circa un paio di settimane e ho trovato questi miei appunti spiattellati in una delle decine di “note” che tendo costantemente a non ritrovare sul mio smartphone. Deve essere un vizio che mi è rimasto dal Mongol Rally quello di appuntarmi qualsiasi cosa in maniera disordinata. Sono trascorsi dieci anni da quel magico 2012 che mi cambiò la vita per sempre (o per ora), ma la testa non si è fermata, o meglio, probabilmente questo viaggio ha riattivato tutti i viaggi racchiusi nella mia rete neurologica. È come quando commettiamo l’irresistibile errore di grattarci non appena avvertiamo il leggero prurito di una puntura di zanzara. Non siamo capaci di resistere alla tentazione del piacere, e così tutto si scatena con un’intensità inarrestabile, perpetua, palpabile.

Anche il viaggio è così, una volta partiti non si può più resistere e non resta che scontare la dolce pena per analogia dell’eterno vagare. Anche quando non ci si sta fisicamente muovendo, anche quando si chiudono gli occhi. Un dolcissimo inferno di stimolante irrequietezza.

Da quando siamo arrivati, ogni mattina, al risveglio, davanti ai miei occhi ci sono due cime rocciose: la Pania Secca e la Pania della Croce, entrambe miracoli custoditi all’interno del Parco Regionale Alpi Apuane. Ad un primo sguardo mi sembrano barriere maestose a difesa dal Mar Tirreno, dalla Versilia, dal caos, ma in realtà osservandole meglio mi rendo conto che anche loro sono come me, o molto più probabilmente viceversa. Le creste rocciose donano una falsa aria di apparente quiescenza, di trionfante stabilità, di limite, eppure non sono ferme e non lo saranno mai perché anche loro, alla fine, sono terra che ha voluto farsi cielo. Più le osservo e più mi sembra di percepirne il movimento, di carpirne lo sforzo di ammirevole costanza in quell’esercizio di ascesi ad aeternum. Mi viene la nausea di fronte a una tale grandezza.

“Nell’idea di erigersi che gli uomini inseguono dalla più lontana, notturna alba della loro differenziazione storica, le montagne giocano un ruolo quasi di vocazione, suscitano un’enigmatica pulsione a salire, non si sa perché, forse solo perché le montagne sono là”.

Mi piacerebbe poter dire che anche questo passaggio è stato ritrovato tra i miei appunti, ma si tratta di un estratto preso dall’Opus Montanum del grandissimo, anzi “altissimo” Luigi Zanzi, che alle montagne dedicò la vita perché, in fondo, esse son la vita.

Mentre bevo il caffè le vette, i pensieri, questo borgo, la riapertura imminente del Rifugio La Mestà alla quale stiamo lavorando, mi creano degli attacchi (a me famigliari) di quella che definisco “troppofobìa”.

Mi si blocca il respiro, il cuore abbandona il suo consueto ritmo lanciandosi in assoli di free jazz aritmico extra-sistolare, il viso si cosparge di formicolìì che mi fanno tremare le palpebre. È una difficile digestione quella della felicità. Anche lo stomaco borbotta e si assesta dopo la notte trascorsa pacifica ad assimilare la trippa di Basilio.

Basilio è un cuoco, nell’anima e nel corpo. Ha un portamento abbondante e il suo volto che tende sempre al sorriso mantiene uno sguardo alto e sicuro per le strade del paese. Qui in verità lo chiamano Giacomo per motivi a me ancora oscuri, ma risulta evidente sin da subito che lui è quello del villaggio che ha girato il mondo, cucinato per i VIP, tenendo alta la bandiera del paesello. Per questo è forse anche un po’ invidiato, canzonato senza cattiveria. Si sente coraggioso e si dispiace per i suoi paesani che non sono mai cambiati, mentre io credo che questa smania di cambiare sempre sia sopravvalutata.

Ci vuole tanto coraggio anche a custodire. Si è spesso eroi anche a restare.

La casa di Basilio Giacomo (quella in “centro” perché poi c’è anche quella in campagna, ci ha spiegato lui) si trova in via di Mezzo, salita la marchesana dopo la casa del boscaiolo. Racchiude senza soffocare e accoglie senza troppi complimenti come solo le case di montagna sanno fare. C’è il camino, una taverna, un busto di Lenin in soffitta: il necessario. Il legno è ovunque, tanto che sembra di stare dentro a un albero con le finestrenel mezzo di un’antica fiaba che profuma di castagno bruciato e trippa. Dal primo giorno che siamo arrivati, Basilio ha incarnato l’ospitalità di questo borgo, dove non esiste diffidenza, e anche qualora dovesse esistere, si fermerà sempre davanti a un boccone mangiato assieme. L’età media di chi è rimasto a vivere quello che fu un glorioso paese è di circa settant’anni, ma da un uscio ogni tanto spunta anche qualcuno che, come noi, qui ha deciso di arrivare. È strepitoso (e spaventoso) come la distanza dalla civiltà generi Civiltà. Lontani da tutto e tutti ci si avvicina davvero, abbandonati al volere della natura si ritrova l’essere umani. La gente qui è diretta, schietta, con poche “seghe”. Le cose vengono fatte senza per forza dover essere dette, non per omertà, ma per semplicità d’animo. Chi cresce in ambienti come questi, o chi ci arriva, viene travolto dalla semplicità di una logica sconcertante alla quale pochi di noi sono stati abituati. Ascoltando la voce tuonante di Basilio che racconta orgoglioso le sue imprese di vita e la sua infanzia nel borgo mi trovo immerso in ciò che ho sempre pensato potesse esistere, ma che non mi sarebbe mai stato dato. A scuola avevo imparato a studiare, all’università avevo imparato a pensare, poi “al lavoro” han provato a farmi credere che era tempo di far sul serio, come se la scuola e l’università fossero stati un gioco. Mi parlavano di “sacrificio”, di “obbiettivi” e di “sicurezza”, i vuoti miti della società scarnificata che mi era toccata in eredità storica. Produci, consuma, crepa.

Nell’arrivare a Trassilico, davanti a un piatto di fagioli o alla Pania della Croce, ho trovato l’ennesima conferma di quel mio rifiuto interiore della vita a comparti stagni. Non posso dire che siano crollate delle certezze, perché nonostante lo sforzo della società circo-stante, il tentativo d’inseminazione artificiale dell’infelicità e dell’ insoddisfazione non ha mai attecchito ed è stato rigettato dal mio terriccio interiore.

La vita è una faccenda propedeutica, non una questione di categorie, e io qui mi sento al sicuro e con un obbiettivo molto chiaro.
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